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articolo a cura di Alice ed Emanuele @all.emight

Ci siamo. Il gran finale di My Hero Academia è arrivato. E, anche se ce lo aspettavamo, anche se ci siamo preparati, dobbiamo ammettere che un po’ ci dispiace.

Fin dall’inizio, My Hero Academia non è stata solo una serie, ma una promessa: quella che anche senza poteri, anche senza un Quirk, si può sognare in grande. E nessuno ce l’ha insegnato meglio di Izuku Midoriya.
Il suo percorso, da ragazzo fragile, insicuro e senza un dono a simbolo vivente della determinazione, è diventato specchio delle nostre battaglie interiori. Abbiamo corso con lui, siamo caduti con lui, e ci siamo rialzati sempre.

All Might e Midoriya: due volti dello stesso eroismo

Ma se Midoriya è il cuore pulsante della storia, All Might ne è stato l’anima.
Un simbolo della pace, ma anche un uomo vulnerabile, segnato, stanco eppure indomito. Le sue scelte hanno fatto tremare le pagine e le nostre emozioni. Ogni sorriso tirato, ogni pugno alzato non era solo per salvare il mondo, ma per ricordarci che finché ci resta un briciolo di forza, vale sempre la pena lottare per il bene.

All Might ci ha insegnato che essere un punto di riferimento significa esserci, anche quando fa male e si ha paura. Il suo “I am here!” non era solo una frase, ma un abbraccio, un giuramento.

Il messaggio profondo di My Hero Academia

Questa serie non è mai stata soltanto una storia di superpoteri. È stata un inno al coraggio, all’amicizia, al sacrificio e al lavoro di squadra.
Ci ha insegnato che il vero eroismo si misura nella solitudine delle scelte difficili, nel restare in piedi quando tutto spinge a cadere.

Con Bakugo abbiamo imparato che la rabbia può nascondere dolore. Con Todoroki che il passato può essere una prigione ma anche un trampolino.
E con i villain abbiamo compreso che a volte, chi cade, lo fa solo perché nessuno gli ha mai teso la mano.

La vita alla U.A. e il valore dei personaggi secondari

Uno degli aspetti più belli della serie è stato vivere con i protagonisti i momenti alla U.A. Le lezioni, gli allenamenti, le risate tra compagni e le feste scolastiche hanno regalato calore e umanità alla storia.
Momenti che hanno fatto sentire il pubblico parte della classe 1-A.

Ci sono state scene che resteranno per sempre impresse nella nostra memoria. In certi momenti, abbiamo sofferto con loro. In altri, ci siamo scoperti a tifare persino per chi era dall’altra parte.
Horikoshi ha avuto il coraggio di mostrarci che non esiste un bianco o nero assoluto: esistono anime in lotta, vite spezzate, sogni contorti, ma pur sempre sogni.
Ogni personaggio, anche il più secondario, ha avuto spazio per brillare.

L’ultima lezione di Deku: essere eroi senza poteri

Ora che il sipario è calato, ci resta una strana sensazione ma anche una gratitudine immensa.
Questa storia ci ha accompagnati e ci ha fatto capire che anche noi, nel nostro piccolo, possiamo essere eroi.

Tutto è cominciato da un gesto istintivo, da un cuore che si è mosso prima della ragione. Non c’erano poteri, solo il bisogno di agire, di non restare fermi.
Non serve un Quirk per essere un eroe: basta scegliere di esserci, anche quando fa paura.
Deku ne è la prova vivente: un simbolo di come la forza di volontà possa spingersi oltre ogni limite, fino a consumare sé stesso pur di tendere una mano, anche quando salvare qualcuno sembra impossibile.

Plus Ultra: l’eredità di una generazione

Perché lui ha provato a salvare anche chi nessuno avrebbe più guardato con pietà.
Ha cercato di salvare Tomura Shigaraki.
Anche quando tutti avevano rinunciato.
Anche quando era chiaro che era impossibile.

E in questo gesto disperato, profondamente umano, c’è tutta la grandezza di questa storia.
Di un eroe che non ha mai smesso di credere.
Plus Ultra. Sempre.

Ringraziamo per l’articolo Alice ed Emanuele educatori e appassionati di cultura pop curatori della pagina Instagram @all.emight e del blog www.allemight.com